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	Commenti a: PARTITA FINITA	</title>
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		Di: Antonella Nocera		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonella Nocera]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 May 2016 20:17:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Peccato sia solo un racconto. Questa la dolcemara sensazione che si prova alla conclusione di un’appagante lettura. Proverò a sintetizzare le ragioni per cui ho trovato questo scritto interessante. Anzitutto sul piano strutturale, la presenza di due piani narrativi che corrispondono a due campi tematici, uno a sfondo “sociale&quot;, l’altro più intimistico. Dietro questa apparente semplificazione si cela una profonda riflessione tutta incentrata sulla metafora dominante del calcio con tutte le sue diramazioni semantiche: partite, scontri, dialettiche, perdite e vincite.
 I due piani slittano l’uno sull’altro molto agilmente e senza cesure: un coro polifonico, abilmente orchestrato, apre il primo segmento disegnando lo scenario violento della tifoseria calcistica. Voci che recitano in soggettiva la degenerazione dello spirito agonistico in un orrido complotto di violenza.  Sono le voci di Marco Bonura, di Piero  che si accavallano in un crescendo emotivo reso ancora più crudo dal linguaggio mimetico. Si comprende, dagli esordi, come l’approfondimento psicologico, pur giocando su tracce veloci e rapide, è dedicato all’indagine delle radici della violenza quotidiana, quella che ci sorprende all’improvviso mentre stiamo guardando una partita di calcio, o compriamo la frutta al supermercato. No, non la violenza orchestrata da organizzazioni spietate, da killer di carriera, ma quella dell’uomo comune, del vicino di casa, dell’uomo senza qualità che pensavamo relegato ad un geniale romanzo. E per di più, una violenza che si unisce all’elemento della spettacolarizzazione, della mediatizzazione.  
Tra lo spazio dei giocatori e quello dei tifosi, solo una linea di confine, uno spazio di separazione tanto sottile quanto fondamentale; quella sottile linea rende i tifosi insieme spettatori di un’azione che non è solo fisica ma anche psicologica. Lo stesso spazio di separazione che  divide gli attori di un dramma da chi li osserva e il toreador con il suo animale ferito, dalla folla seduta sugli spalti. Pur essendo  tipologie di spettacolo molto diverse, credo che tra lo spettacolo teatrale ( mi riferisco al dramma classico, alla tragedia), viga un principio comune, cioè quello della rappresentazione della violenza e della sua più o meno immediata trasformazione. Nel caso della tragedia la violenza si riattualizza attraverso la catarsi e viene assorbita nuovamente nell’ordine cosmico; nel caso della corrida, avviene probabilmente ciò che Renè Girard ha finemente descritto nel suo saggio  “La violenza e il sacro”, cioè la ricerca della vittima sacrificale come punto di fuga dalla violenza altrimenti autodistruttiva. Bene, credo che dal racconto di Joe Vanni emerga proprio questa contraddizione irrisolta: questa partita mancata con il senso che è appunto la violenza cieca che si consuma tra i protagonisti del suo racconto, fino al tragico (ma senza catarsi!) epilogo. Il cambio di focus, nella voce di  Giuseppe,l personaggio di un’epoca passata , quasi arcaica agli occhi di questo spirito degenerato ,è, non solo un cambio di prospettiva culturale, generazionale, ma anche ideologica. Lui è l’impiegato, l’uomo medio, che nei ‘romanzi russi, e specialmente nei racconti, è colui attorno al quale ruota l’impianto narrativo. Lo sport e tutto ciò che vi ruotava attorno, sogni aspirazioni, “femmine”, sano divertimento, spensieratezza non si è salvato dalla scommessa col futuro. Ed è evidente, dice Giuseppe. 
Viene da riflettere, lo stesso sport che Joe Vanni tratteggia letterariamente ha una tradizione poetica solida alle spalle. Ma ha perso smalto;  Pindaro dedicò innumerevoli odi ai campioni atletici tratteggiandoli come dei in terra;  Leopardi  dedica “a un vincitore nel pallone”, una canzone civile che fece da preludio alla grandiosa stagione dei Canti. Ci si aspettava grandi cose da chi dedicava anima e corpo allo sport; ci si aspettava un eroe dei tempi, grandi azioni, grandi ispirazioni. E non c’erano ultras.
 E poi Francesco Bargi,  e il cambio di registro, il secondo piano narrativo che apre uno squarcio inatteso in questo stringente realismo. Stile, tempi narrativi, sintassi ricordano Hornby e il suo Fever Pitch, ma la scrittura di Joe Vanni si distingue per la sua abilità di attivare quella macchina della nostalgia che sospende l’intreccio in una dimensione atemporale dove prevale un io lirico denso e delicato assieme. Una strategia retorica, ma estremamente  “naturale”, che lo avvicina per certi versi al realismo magico di matrice sudamericana, crea immediatamente una situazione di circolarità, segnatamente quella dell’eterno ritorno del dolore, del non detto, del non fatto, dell’altrove. E’ il canto estremo del “leone triste”, dell’animale morente nel bel mezzo della sua vita mancata.  Niente vittime sacrificali. Niente palla al centro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Peccato sia solo un racconto. Questa la dolcemara sensazione che si prova alla conclusione di un’appagante lettura. Proverò a sintetizzare le ragioni per cui ho trovato questo scritto interessante. Anzitutto sul piano strutturale, la presenza di due piani narrativi che corrispondono a due campi tematici, uno a sfondo “sociale&#8221;, l’altro più intimistico. Dietro questa apparente semplificazione si cela una profonda riflessione tutta incentrata sulla metafora dominante del calcio con tutte le sue diramazioni semantiche: partite, scontri, dialettiche, perdite e vincite.<br />
 I due piani slittano l’uno sull’altro molto agilmente e senza cesure: un coro polifonico, abilmente orchestrato, apre il primo segmento disegnando lo scenario violento della tifoseria calcistica. Voci che recitano in soggettiva la degenerazione dello spirito agonistico in un orrido complotto di violenza.  Sono le voci di Marco Bonura, di Piero  che si accavallano in un crescendo emotivo reso ancora più crudo dal linguaggio mimetico. Si comprende, dagli esordi, come l’approfondimento psicologico, pur giocando su tracce veloci e rapide, è dedicato all’indagine delle radici della violenza quotidiana, quella che ci sorprende all’improvviso mentre stiamo guardando una partita di calcio, o compriamo la frutta al supermercato. No, non la violenza orchestrata da organizzazioni spietate, da killer di carriera, ma quella dell’uomo comune, del vicino di casa, dell’uomo senza qualità che pensavamo relegato ad un geniale romanzo. E per di più, una violenza che si unisce all’elemento della spettacolarizzazione, della mediatizzazione.<br />
Tra lo spazio dei giocatori e quello dei tifosi, solo una linea di confine, uno spazio di separazione tanto sottile quanto fondamentale; quella sottile linea rende i tifosi insieme spettatori di un’azione che non è solo fisica ma anche psicologica. Lo stesso spazio di separazione che  divide gli attori di un dramma da chi li osserva e il toreador con il suo animale ferito, dalla folla seduta sugli spalti. Pur essendo  tipologie di spettacolo molto diverse, credo che tra lo spettacolo teatrale ( mi riferisco al dramma classico, alla tragedia), viga un principio comune, cioè quello della rappresentazione della violenza e della sua più o meno immediata trasformazione. Nel caso della tragedia la violenza si riattualizza attraverso la catarsi e viene assorbita nuovamente nell’ordine cosmico; nel caso della corrida, avviene probabilmente ciò che Renè Girard ha finemente descritto nel suo saggio  “La violenza e il sacro”, cioè la ricerca della vittima sacrificale come punto di fuga dalla violenza altrimenti autodistruttiva. Bene, credo che dal racconto di Joe Vanni emerga proprio questa contraddizione irrisolta: questa partita mancata con il senso che è appunto la violenza cieca che si consuma tra i protagonisti del suo racconto, fino al tragico (ma senza catarsi!) epilogo. Il cambio di focus, nella voce di  Giuseppe,l personaggio di un’epoca passata , quasi arcaica agli occhi di questo spirito degenerato ,è, non solo un cambio di prospettiva culturale, generazionale, ma anche ideologica. Lui è l’impiegato, l’uomo medio, che nei ‘romanzi russi, e specialmente nei racconti, è colui attorno al quale ruota l’impianto narrativo. Lo sport e tutto ciò che vi ruotava attorno, sogni aspirazioni, “femmine”, sano divertimento, spensieratezza non si è salvato dalla scommessa col futuro. Ed è evidente, dice Giuseppe.<br />
Viene da riflettere, lo stesso sport che Joe Vanni tratteggia letterariamente ha una tradizione poetica solida alle spalle. Ma ha perso smalto;  Pindaro dedicò innumerevoli odi ai campioni atletici tratteggiandoli come dei in terra;  Leopardi  dedica “a un vincitore nel pallone”, una canzone civile che fece da preludio alla grandiosa stagione dei Canti. Ci si aspettava grandi cose da chi dedicava anima e corpo allo sport; ci si aspettava un eroe dei tempi, grandi azioni, grandi ispirazioni. E non c’erano ultras.<br />
 E poi Francesco Bargi,  e il cambio di registro, il secondo piano narrativo che apre uno squarcio inatteso in questo stringente realismo. Stile, tempi narrativi, sintassi ricordano Hornby e il suo Fever Pitch, ma la scrittura di Joe Vanni si distingue per la sua abilità di attivare quella macchina della nostalgia che sospende l’intreccio in una dimensione atemporale dove prevale un io lirico denso e delicato assieme. Una strategia retorica, ma estremamente  “naturale”, che lo avvicina per certi versi al realismo magico di matrice sudamericana, crea immediatamente una situazione di circolarità, segnatamente quella dell’eterno ritorno del dolore, del non detto, del non fatto, dell’altrove. E’ il canto estremo del “leone triste”, dell’animale morente nel bel mezzo della sua vita mancata.  Niente vittime sacrificali. Niente palla al centro.</p>
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