Evgenij Ivanovic Zamjatin nasce a Lebedjan’, Russia, nel 1884 e muore a Parigi nel 1937.
All’età di ventuno anni, durante la Rivoluzione Russa del 1905, viene mandato in esilio, ma tornerà segretamente a Pietroburgo per completare gli studi di Ingegneria Navale. In quegli anni inizia anche la sua produzione letteraria che, grazie a un registro narrativo imponente e vorticoso, gli vale la definizione di “nuovo Gogol” da parte di alcuni critici. Diventa inoltre traduttore delle opere di Jack London e W.G. Wells e fonda il gruppo letterario I Fratelli Serapione.
I suoi lavori, sempre più taglienti nella satira contro il regime di Stalin, gli costano la censura in patria, per la quale chiede di suo pugno l’assoluzione con una lettera “L’autore della presente lettera, condannato alla massima pena, si appella a Voi per commutargli tale pena. […] Per me come scrittore, essere privato della possibilità di scrivere equivale a una condanna a morte”.
La sua opera più famosa, tradotta in tutte le lingue, è “Noi”, un romanzo distopico che ha ispirato un intero filone artistico, da George Orwell, a Aldous Huxley, da Any Rand a Kurt Vonnegut, fino ai giorni nostri.
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La frattura, qui, è scomposta. Intanto: bibliografia liofilizzata e un titolo. E poi: poetica in forma di ideologia. Partiamo dalla seconda. Dei molteplici sguardi che ci sono dati, ci accontentiamo di uno. Narrare, oggi, significa quasi sempre pattinare sulla superficie: una forma di giornalismo con pathos, far cronaca della propria fantasia. Occorre ‘farsi capire’ – mica capire! Non si elabora, dico, altra strategia narrativa che quella dell’italiano in America, mero scimmiottamento della trama. Allenamento alla stupita stupidità dei ‘fatti’. Alienazione dalla lingua – perché tutto ciò che è lingua sa di intransigenza, ha una autenticità al diamante, insopportabile.
Di Evgenij Zamjatin, ad esempio, sappiamo solo Noi, la cui scrittura iniziò un secolo fa, fu pubblicato per la prima volta, in inglese, nel 1924, “è il capostipite di tutte le distopie del Novecento”, come insegna la ‘quarta’ dell’edizione Mondadori, a cura di Alessandro Niero, pubblicata nel 2018. La versione Mondadori ripiglia quella Voland del 2013, segue quella di Barbara Delfino per Lupetti del 2007 e soprattutto quella di Ettore Lo Gatto pubblicata da Garzanti e da Feltrinelli. Insomma, Zamjatin è risolto lì. Morto nel 1937 a Parigi, dove era riuscito a espatriare nel 1931, grazie all’avallo di Maksim Gor’kij, Zamjatin, esaltato come un nuovo Gogol’, fu ‘rivoluzionario’, poi spina nel fianco della Rivoluzione, con la penna intinta nell’acido. Fu decisamente celebre: nel 1930 l’Anonima romana editoriale traduce la “tragicommedia in quattro atti” Mister Kemble: la società degli onorevoli campanari. Eroe del gruppo dei “Fratelli di Serapione” – teorico di una narrativa formalmente ineccepibile, con tecniche di montaggio scacchistiche, in reazione all’egida dell’impegno ‘sociale’ – nell’anno della morte è censito così da Lo Gatto, che mise una pietra sopra all’incontenibile: “Originariamente comunista, lo Z. si allontanò sempre più dalle idee sovietiche, ma all’estero visse solitario, senza aderire all’emigrazione politica. Scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare, Z. non aveva ancora dato piena espressione alle sue grandi possibilità artistiche”. Fu, anche in gruppo, solo a se stesso, per questo morì, poeticamente, da poveraccio.
In un memorabile articolo del 1921, dal titolo indicativo, Ho paura, Zamjatin delinea la cruna dell’arte in contrasto con la politica imperante, contro lo Stato dilagante. “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”.
Sostanzialmente, Zamjatin è risolto in Noi. Tra gli sparuti testi altri, Il destino di un eretico (Sellerio), Racconti inglesi (Voland), A casa del diavolo (Mup). Così, quando Dafne Munro mi invia il trittico di racconti edito da Edizioni Urban Apnea – sia lode all’iniziativa editoriale che pubblica una invidiabile varietà di testi riesumati dall’oblio, da Ambrose Bierce a Camillo Boito, da Horacio Quiroga ad Antonio Ghislanzoni, da Bruno Schulz a Gertrude Barrows Bennett – resto ingenuamente sbalordito. L’ironia corrosiva di Zamjatin, il genio nello strutturare situazioni apodittiche e apocalittiche, la sinuosità del linguaggio, tra coltello e piuma, me lo fa preferire a tanti narratori americani precipitati nel canone (Carver? Ma che è al confronto? Un cioccolatino nella fabbrica di cioccolato…). Zamjatin, ecco, è una specie di antidoto all’esteticamente corretto.
Zamjatin flirta con il paradosso e la sinestesia (“Caldo. Le giornate sono gialle, cariche della gialla pienezza delle mele mature pronte a cadere al primo tocco, al primo sguardo o soffio”), ha il talento della metafora esistenziale (“Se una pietra cade in acque sonnolente, le agita creando mulinelli che ne increspano la superficie. Ma poi i mulinelli si espandono, lasciando solo irrilevanti increspature simili alle rughe che si formano nell’angolo di un occhio sorridente. E alla fine tutto torna piatto e immobile”), pone gli occhi, su ogni situazione, di sbieco, puntati sull’inatteso e sulla vergogna. Il racconto X è spassoso, racconta l’abiura di un diacono, non tanto attratto dal marxismo quanto dal ‘marthismo’, cioè dalle dolci forme dell’ambita Martha: “la fondatrice di questa dottrina (totalmente avulsa da qualsiasi riferimento filosofico alle classi sociali), al momento solo accennata tra le righe, un giorno di primo mattino, si dirigeva verso il fiume per un bagno. Si spogliò, appese il vestito su un ramoscello, mise in acqua la punta del piede destro… e a un paio di metri a sinistra, sotto a un cespuglio, stava accovacciato nudo il diacono Indikoplev (non ancora pentito)”. Zamjatin, con esasperante bravura, passa dallo sketch divertito alla descrizione lirica, dal grottesco all’appagato, dal colto al greve.
Il racconto più bello – a varietà di stili corrisponde pluralità di invenzioni narrative – s’intitola La caverna, riproduce una nuova era del ghiaccio, postumana. Questo è l’esordio. “Ghiacciai, macerie, mammut. Le buie scogliere notturne sono case da rivivere in qualche modo. Nelle scogliere, le caverne. E nessuno che conosca l’origine di quel rumore notturno sul sentiero pietroso degli scogli, chi sia a soffiare la nevosa polvere bianca sniffando su per il sentiero. Forse un mammut color grigio-tronco, forse il vento. O il vento stesso è il ruggito ghiacciato del re dei mammut. Una cosa è certa: è inverno. E tu devi stringere i denti più forte che puoi per non sbatterli; devi fare legna con un’accetta di legno e ogni notte devi trasportarla di caverna in caverna, sempre più in profondità. Poi devi coprirti il più possibile con ispide pelli di animali. Anni fa, un mammut grigio-tronco si aggirava tra le scogliere di notte, dove sorgeva San Pietroburgo. Uomini della caverna avvolti in stracci, pelli e mantelle si spostavano di caverna in caverna”. I mammut a San Pietroburgo – lo spettro di Zamjatin dovrebbe irrorare le nostre vite, dovrebbero usarlo nelle scuole di scrittura, dovremmo leggerlo per dare profondità a furor di farfalle a questa bieca ‘realtà’. (d.b.)
Valutato 5 su 5
Mangialibri – Renzo Brollo –
NELLA VECCHIA RUSSIA – X – LA CAVERNA
Nella vecchia Russia, lontana da San Pietroburgo, non ci sono viali tracciati con la canna metrica ma vicoli stretti che salgono e scendono, dove i bambini d’inverno scivolano sopra spesse lastre di ghiaccio. Nella vecchia Russia ci sono i ricordi delle antiche foreste impressi sulle querce, nomi antichi incisi sulla corteccia, memorie di un passato che ancora si ricorda. Se faceste due passi nella città di Kustodiev potreste ammirare la bellezza prorompente e formosa di Darya Ivanova, alla cui porta fanno visita fior di Principi come Sazykin o ricchi mercanti come Vakhrameyev. Ma Darya Ivanova indugia, tanto che la zia teme che i giorni per lei passeranno troppo in fretta: “su cosa vuoi riflettere? Scrivi i loro nomi su due foglietti di carta e mettili li, sotto le immagini sacre, sul piccolo davanzale davanti alla Santa Vergine. Quello che peschi sarà l’uomo per te”… Nessuno sa bene cosa sia questo abbigliamento produttivo che pare verrà distribuito domani, ma questo è quello che si è lasciato sfuggire il compagno Sterligov. Certamente sarà qualcosa di meglio che i mutandoni rattoppati del radiotelegrafista Alyoshka, oppure qualcosa di elegante come un cappellino rosa-primaverile, o così almeno desidererebbe la bella Martha, sogno proibito del diacono Indikoplev che per lei rinnega la religione, nonostante adduca la scusa di averlo fatto dopo aver ascoltato una conferenza sul marxismo ma, altro che di marxismo si tratta, bensì di Marthismo… Dove ora sorge San Pietroburgo, un tempo c’erano scogliere e, nelle scogliere, caverne. Dentro vivevano uomini vestiti di pelli che si spostavano di caverna in caverna e che accendevano piccoli fuochi per proteggersi dal gelo. Ora San Pietroburgo è cambiata, ma le caverne sono ancora lì. Dentro, povere creature come Martin e Masha cercano di scaldarsi al tiepido calore di una stufa di ghisa, dentro alla quale oramai la brace sta morendo…
Evgenij Zamjátin (1884-1937) è un nome poco conosciuto, eppure senza il suo romanzo Noi, uscito per la prima volta nel 1924 e recentemente ripubblicato da Mondadori, probabilmente non esisterebbe nemmeno il romanzo 1984 di George Orwell così come lo conosciamo noi e che dichiarò di essersi ispirato, tra gli altri, anche allo scrittore russo. Mandato in esilio durante la Rivoluzione Russa del 1905, Evgenij Zamjátin torna segretamente a San Pietroburgo dove si occupa della traduzione di molti autori tra i quali Jack London. La sua produzione letteraria però non piace al regime di Stalin, fino a subire la censura e spingerlo a chiedere l’assoluzione con una lettera scritta di proprio pugno. “(..) Per me come scrittore, essere privato della possibilità di scrivere equivale a una condanna a morte”. Il motivo della censura lo si intuisce leggendo questi tre racconti, nei quali la satira contro il regime rimbalza da una trama all’altra. Così è per la figura del diacono Indikoplev “che ha platealmente confessato di aver ingannato il popolo per dieci anni e che oggi gode della fiducia sia del popolo sia delle autorità”. Un personaggio che appare quanto mai attuale, così come attuale appare la memoria corta delle persone che dimenticano le malefatte di chi dovrebbe guidarli con saggezza. Struggenti e amari sono invece certi pensieri sul dolore legato alla morte di una persona cara, paragonato alle conseguenze di un sasso lanciato in uno specchio d’acqua, e che viene sopraffatto dal tempo che passa. “Se una pietra cade in acque sonnolente, le agita cercando mulinelli che ne increspano la superficie. Ma poi i mulinelli si espandono, lasciando solo irrilevanti increspature simili alle rughe che si formano all’angolo di un occhio sorridente. E alla fine tutto torna piatto e immobile”.
Valutato 4 su 5
Goodreads – Iophil –
Un autore intelligente e sensibile, in grado di tratteggiare con sapienza bellezze e miserie della società del suo tempo
Interessante iniziativa letteraria di Edizioni Urban Apena, che offre al pubblico italiano tre brevi racconti di un autore colpevolmente poco noto presso i nostri lidi, Evgenij Zamjatin.
Conosciuto principalmente per il distopico Noi, Zamjatin si è distinto per una produzione letteraria audace e sempre pronta a smascherare storture e ipocrisie della società.
Un tratto satirico che non manca anche nei racconti proposti in questa breve antologia, davvero eterogenea e in grado di mostrare, in un centinaio di pagine, aspetti anche molto diversi della produzione dell’autore.
Nella vecchia Russia è un racconto allo stesso tempo bucolico e amaro, che delinea con disincantata ironia una società legata alla terra e alle proprie ataviche tradizioni. Una storia che sa coniugare tristezza e bellezza, con una prosa poetica e ispirata, in grado di creare un quadro vivido della vita di allora.
X è una storia singolare e decisamente satirica. Possiede uno stile più brillante e dinamico rispetto al racconto precedente, quasi caotico. Un susseguirsi di personaggi peculiari, accomunati dalla passione per l’affascinante Martha (la dottrina del “Marthismo” che ne deriverà è un ovvio rimando al “Marxismo” alla base della società sovietica con cui Zamjatin si era trovato a rapportarsi).
La caverna è senza dubbio il racconto più bello della raccolta. Un mondo ghiacciato e destinato alla fine, in cui gli uomini stentano a mantenere la propria umanità e a trovare una ragione per concludere con dignità la propria vita.
Un racconto post-apocalittico che si fa metafora del lungo e terribile inverno russo, che così tante volte è stato origine di morti e tragedie. Un’indagine profonda e di rara sensibilità che cerca di stabilire il nostro posto nel mondo e che cosa ci rende davvero “umani”.
Se vogliamo cercare un filo conduttore per tutte e tre le storie, direi che possiamo trovarlo nella nostalgia/rimpianto. Una malinconia che si fa struggente in La caverna e che rimane più sullo sfondo in X, se vogliamo, ma che riesce a pervadere ogni pagina, mostrando quanto Zamjatin amasse la propria cultura e la propria terra e allo stesso tempo si trovasse impossibilitato a vivere con ciò che in quella stessa società proprio non poteva accettare.
Se volete approfondire questo autore, questa antologia è perfetta, perché mostra davvero generi di racconto molto diversi tra loro, però non aspettatevi qualcosa di comunque fantascientifico sullo stile di Noi, perché altrimenti rimarrete delusi.
I voti ai singoli racconti:
Nella vecchia Russia ★★★1/2
X ★★★★
La caverna ★★★★★
Valutato 4 su 5
Goodreads – Atreju –
“La caverna” è il più bel racconto di Zamjatin. Senza dubbio. Ho acquistato questa piccola raccolta solo per quello, si può dire. L’inverno russo, nel periodo degli stenti, presentato come un futuro postapocalittico. Caverna è la stanza con la stufetta, che serve a non morire assiderati. Stupendo.
Pangea – Davide Brullo –
La frattura, qui, è scomposta. Intanto: bibliografia liofilizzata e un titolo. E poi: poetica in forma di ideologia. Partiamo dalla seconda. Dei molteplici sguardi che ci sono dati, ci accontentiamo di uno. Narrare, oggi, significa quasi sempre pattinare sulla superficie: una forma di giornalismo con pathos, far cronaca della propria fantasia. Occorre ‘farsi capire’ – mica capire! Non si elabora, dico, altra strategia narrativa che quella dell’italiano in America, mero scimmiottamento della trama. Allenamento alla stupita stupidità dei ‘fatti’. Alienazione dalla lingua – perché tutto ciò che è lingua sa di intransigenza, ha una autenticità al diamante, insopportabile.
Di Evgenij Zamjatin, ad esempio, sappiamo solo Noi, la cui scrittura iniziò un secolo fa, fu pubblicato per la prima volta, in inglese, nel 1924, “è il capostipite di tutte le distopie del Novecento”, come insegna la ‘quarta’ dell’edizione Mondadori, a cura di Alessandro Niero, pubblicata nel 2018. La versione Mondadori ripiglia quella Voland del 2013, segue quella di Barbara Delfino per Lupetti del 2007 e soprattutto quella di Ettore Lo Gatto pubblicata da Garzanti e da Feltrinelli. Insomma, Zamjatin è risolto lì. Morto nel 1937 a Parigi, dove era riuscito a espatriare nel 1931, grazie all’avallo di Maksim Gor’kij, Zamjatin, esaltato come un nuovo Gogol’, fu ‘rivoluzionario’, poi spina nel fianco della Rivoluzione, con la penna intinta nell’acido. Fu decisamente celebre: nel 1930 l’Anonima romana editoriale traduce la “tragicommedia in quattro atti” Mister Kemble: la società degli onorevoli campanari. Eroe del gruppo dei “Fratelli di Serapione” – teorico di una narrativa formalmente ineccepibile, con tecniche di montaggio scacchistiche, in reazione all’egida dell’impegno ‘sociale’ – nell’anno della morte è censito così da Lo Gatto, che mise una pietra sopra all’incontenibile: “Originariamente comunista, lo Z. si allontanò sempre più dalle idee sovietiche, ma all’estero visse solitario, senza aderire all’emigrazione politica. Scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare, Z. non aveva ancora dato piena espressione alle sue grandi possibilità artistiche”. Fu, anche in gruppo, solo a se stesso, per questo morì, poeticamente, da poveraccio.
In un memorabile articolo del 1921, dal titolo indicativo, Ho paura, Zamjatin delinea la cruna dell’arte in contrasto con la politica imperante, contro lo Stato dilagante. “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”.
Sostanzialmente, Zamjatin è risolto in Noi. Tra gli sparuti testi altri, Il destino di un eretico (Sellerio), Racconti inglesi (Voland), A casa del diavolo (Mup). Così, quando Dafne Munro mi invia il trittico di racconti edito da Edizioni Urban Apnea – sia lode all’iniziativa editoriale che pubblica una invidiabile varietà di testi riesumati dall’oblio, da Ambrose Bierce a Camillo Boito, da Horacio Quiroga ad Antonio Ghislanzoni, da Bruno Schulz a Gertrude Barrows Bennett – resto ingenuamente sbalordito. L’ironia corrosiva di Zamjatin, il genio nello strutturare situazioni apodittiche e apocalittiche, la sinuosità del linguaggio, tra coltello e piuma, me lo fa preferire a tanti narratori americani precipitati nel canone (Carver? Ma che è al confronto? Un cioccolatino nella fabbrica di cioccolato…). Zamjatin, ecco, è una specie di antidoto all’esteticamente corretto.
Zamjatin flirta con il paradosso e la sinestesia (“Caldo. Le giornate sono gialle, cariche della gialla pienezza delle mele mature pronte a cadere al primo tocco, al primo sguardo o soffio”), ha il talento della metafora esistenziale (“Se una pietra cade in acque sonnolente, le agita creando mulinelli che ne increspano la superficie. Ma poi i mulinelli si espandono, lasciando solo irrilevanti increspature simili alle rughe che si formano nell’angolo di un occhio sorridente. E alla fine tutto torna piatto e immobile”), pone gli occhi, su ogni situazione, di sbieco, puntati sull’inatteso e sulla vergogna. Il racconto X è spassoso, racconta l’abiura di un diacono, non tanto attratto dal marxismo quanto dal ‘marthismo’, cioè dalle dolci forme dell’ambita Martha: “la fondatrice di questa dottrina (totalmente avulsa da qualsiasi riferimento filosofico alle classi sociali), al momento solo accennata tra le righe, un giorno di primo mattino, si dirigeva verso il fiume per un bagno. Si spogliò, appese il vestito su un ramoscello, mise in acqua la punta del piede destro… e a un paio di metri a sinistra, sotto a un cespuglio, stava accovacciato nudo il diacono Indikoplev (non ancora pentito)”. Zamjatin, con esasperante bravura, passa dallo sketch divertito alla descrizione lirica, dal grottesco all’appagato, dal colto al greve.
Il racconto più bello – a varietà di stili corrisponde pluralità di invenzioni narrative – s’intitola La caverna, riproduce una nuova era del ghiaccio, postumana. Questo è l’esordio. “Ghiacciai, macerie, mammut. Le buie scogliere notturne sono case da rivivere in qualche modo. Nelle scogliere, le caverne. E nessuno che conosca l’origine di quel rumore notturno sul sentiero pietroso degli scogli, chi sia a soffiare la nevosa polvere bianca sniffando su per il sentiero. Forse un mammut color grigio-tronco, forse il vento. O il vento stesso è il ruggito ghiacciato del re dei mammut. Una cosa è certa: è inverno. E tu devi stringere i denti più forte che puoi per non sbatterli; devi fare legna con un’accetta di legno e ogni notte devi trasportarla di caverna in caverna, sempre più in profondità. Poi devi coprirti il più possibile con ispide pelli di animali. Anni fa, un mammut grigio-tronco si aggirava tra le scogliere di notte, dove sorgeva San Pietroburgo. Uomini della caverna avvolti in stracci, pelli e mantelle si spostavano di caverna in caverna”. I mammut a San Pietroburgo – lo spettro di Zamjatin dovrebbe irrorare le nostre vite, dovrebbero usarlo nelle scuole di scrittura, dovremmo leggerlo per dare profondità a furor di farfalle a questa bieca ‘realtà’. (d.b.)
Mangialibri – Renzo Brollo –
NELLA VECCHIA RUSSIA – X – LA CAVERNA
Nella vecchia Russia, lontana da San Pietroburgo, non ci sono viali tracciati con la canna metrica ma vicoli stretti che salgono e scendono, dove i bambini d’inverno scivolano sopra spesse lastre di ghiaccio. Nella vecchia Russia ci sono i ricordi delle antiche foreste impressi sulle querce, nomi antichi incisi sulla corteccia, memorie di un passato che ancora si ricorda. Se faceste due passi nella città di Kustodiev potreste ammirare la bellezza prorompente e formosa di Darya Ivanova, alla cui porta fanno visita fior di Principi come Sazykin o ricchi mercanti come Vakhrameyev. Ma Darya Ivanova indugia, tanto che la zia teme che i giorni per lei passeranno troppo in fretta: “su cosa vuoi riflettere? Scrivi i loro nomi su due foglietti di carta e mettili li, sotto le immagini sacre, sul piccolo davanzale davanti alla Santa Vergine. Quello che peschi sarà l’uomo per te”… Nessuno sa bene cosa sia questo abbigliamento produttivo che pare verrà distribuito domani, ma questo è quello che si è lasciato sfuggire il compagno Sterligov. Certamente sarà qualcosa di meglio che i mutandoni rattoppati del radiotelegrafista Alyoshka, oppure qualcosa di elegante come un cappellino rosa-primaverile, o così almeno desidererebbe la bella Martha, sogno proibito del diacono Indikoplev che per lei rinnega la religione, nonostante adduca la scusa di averlo fatto dopo aver ascoltato una conferenza sul marxismo ma, altro che di marxismo si tratta, bensì di Marthismo… Dove ora sorge San Pietroburgo, un tempo c’erano scogliere e, nelle scogliere, caverne. Dentro vivevano uomini vestiti di pelli che si spostavano di caverna in caverna e che accendevano piccoli fuochi per proteggersi dal gelo. Ora San Pietroburgo è cambiata, ma le caverne sono ancora lì. Dentro, povere creature come Martin e Masha cercano di scaldarsi al tiepido calore di una stufa di ghisa, dentro alla quale oramai la brace sta morendo…
Evgenij Zamjátin (1884-1937) è un nome poco conosciuto, eppure senza il suo romanzo Noi, uscito per la prima volta nel 1924 e recentemente ripubblicato da Mondadori, probabilmente non esisterebbe nemmeno il romanzo 1984 di George Orwell così come lo conosciamo noi e che dichiarò di essersi ispirato, tra gli altri, anche allo scrittore russo. Mandato in esilio durante la Rivoluzione Russa del 1905, Evgenij Zamjátin torna segretamente a San Pietroburgo dove si occupa della traduzione di molti autori tra i quali Jack London. La sua produzione letteraria però non piace al regime di Stalin, fino a subire la censura e spingerlo a chiedere l’assoluzione con una lettera scritta di proprio pugno. “(..) Per me come scrittore, essere privato della possibilità di scrivere equivale a una condanna a morte”. Il motivo della censura lo si intuisce leggendo questi tre racconti, nei quali la satira contro il regime rimbalza da una trama all’altra. Così è per la figura del diacono Indikoplev “che ha platealmente confessato di aver ingannato il popolo per dieci anni e che oggi gode della fiducia sia del popolo sia delle autorità”. Un personaggio che appare quanto mai attuale, così come attuale appare la memoria corta delle persone che dimenticano le malefatte di chi dovrebbe guidarli con saggezza. Struggenti e amari sono invece certi pensieri sul dolore legato alla morte di una persona cara, paragonato alle conseguenze di un sasso lanciato in uno specchio d’acqua, e che viene sopraffatto dal tempo che passa. “Se una pietra cade in acque sonnolente, le agita cercando mulinelli che ne increspano la superficie. Ma poi i mulinelli si espandono, lasciando solo irrilevanti increspature simili alle rughe che si formano all’angolo di un occhio sorridente. E alla fine tutto torna piatto e immobile”.
Goodreads – Iophil –
Un autore intelligente e sensibile, in grado di tratteggiare con sapienza bellezze e miserie della società del suo tempo
Interessante iniziativa letteraria di Edizioni Urban Apena, che offre al pubblico italiano tre brevi racconti di un autore colpevolmente poco noto presso i nostri lidi, Evgenij Zamjatin.
Conosciuto principalmente per il distopico Noi, Zamjatin si è distinto per una produzione letteraria audace e sempre pronta a smascherare storture e ipocrisie della società.
Un tratto satirico che non manca anche nei racconti proposti in questa breve antologia, davvero eterogenea e in grado di mostrare, in un centinaio di pagine, aspetti anche molto diversi della produzione dell’autore.
Nella vecchia Russia è un racconto allo stesso tempo bucolico e amaro, che delinea con disincantata ironia una società legata alla terra e alle proprie ataviche tradizioni. Una storia che sa coniugare tristezza e bellezza, con una prosa poetica e ispirata, in grado di creare un quadro vivido della vita di allora.
X è una storia singolare e decisamente satirica. Possiede uno stile più brillante e dinamico rispetto al racconto precedente, quasi caotico. Un susseguirsi di personaggi peculiari, accomunati dalla passione per l’affascinante Martha (la dottrina del “Marthismo” che ne deriverà è un ovvio rimando al “Marxismo” alla base della società sovietica con cui Zamjatin si era trovato a rapportarsi).
La caverna è senza dubbio il racconto più bello della raccolta. Un mondo ghiacciato e destinato alla fine, in cui gli uomini stentano a mantenere la propria umanità e a trovare una ragione per concludere con dignità la propria vita.
Un racconto post-apocalittico che si fa metafora del lungo e terribile inverno russo, che così tante volte è stato origine di morti e tragedie. Un’indagine profonda e di rara sensibilità che cerca di stabilire il nostro posto nel mondo e che cosa ci rende davvero “umani”.
Se vogliamo cercare un filo conduttore per tutte e tre le storie, direi che possiamo trovarlo nella nostalgia/rimpianto. Una malinconia che si fa struggente in La caverna e che rimane più sullo sfondo in X, se vogliamo, ma che riesce a pervadere ogni pagina, mostrando quanto Zamjatin amasse la propria cultura e la propria terra e allo stesso tempo si trovasse impossibilitato a vivere con ciò che in quella stessa società proprio non poteva accettare.
Se volete approfondire questo autore, questa antologia è perfetta, perché mostra davvero generi di racconto molto diversi tra loro, però non aspettatevi qualcosa di comunque fantascientifico sullo stile di Noi, perché altrimenti rimarrete delusi.
I voti ai singoli racconti:
Nella vecchia Russia ★★★1/2
X ★★★★
La caverna ★★★★★
Goodreads – Atreju –
“La caverna” è il più bel racconto di Zamjatin. Senza dubbio. Ho acquistato questa piccola raccolta solo per quello, si può dire. L’inverno russo, nel periodo degli stenti, presentato come un futuro postapocalittico. Caverna è la stanza con la stufetta, che serve a non morire assiderati. Stupendo.